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Il miglior voto a scuola, ovvero dell’apprendimento

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di Andrea Passarella, pediatra a Marcon

Questo articolo potrebbe far parte di una serie che vanno sotto il titolo “I ragazzini e la scuola”. Prima però esplicitiamo i conflitti di interessi. Primo: fin dalla seconda asilo sono sempre stato definito un alunno “svogliato e negligente”, per poi migliorare con il canonico ”potrebbe fare di più…”. Secondo conflitto di interessi: mia moglie, di mestiere, fa “quella di matematica”. Però quando l’ho conosciuta non era così, lo giuro.

Veniamo al punto. La società è cambiata e sta cambiando, stanno cambiando i rapporti umani e quelli intrafamiliari. Non voglio parlare dei rapporti fra famiglie e scuole, argomento troppo complesso per queste poche righe, ma vorrei porre l’accento su due problemi: le eccessive aspettative da parte dei genitori per i risultati scolastici – unite spesso a una eccessiva difesa del pargolo non compreso dall’insegnante… – e le necessità per i bambini di avere degli spazi non strutturati dove potersi annoiare e fantasticare. Ovviamente queste poche righe si riferiscono ai maschi, essendo le ragazzine su un altro pianeta. Fateci caso, ma le professioni si stanno femminilizzando a tempi record: ovunque ci sia un test d’ingresso la maggioranza ammessa è femminile, medicina in primis.

Immagine di gpointstudio su Freepik
Lo studente maschio: identikit dietro il voto a scuola

Torniamo, però, al nostro prototipo di studente maschio: lo possiamo categorizzare in 4 gruppi. Il primo: quello che deve rendere conto ai genitori. Categoria che negli anni si è ampliata a dismisura, un tempo poco frequente, dato che “il tuo mestiere è essere promosso, e basta”. Il secondo: quello che si arrangia. In un tempo remoto esisteva, adesso si sta estinguendo. Il terzo, quello bravo: sono una esigua minoranza stazionaria, è sempre esistito, ma è più raro dell’unicorno e, secondo alcuni, è solo una leggenda. Infine quello che vuole che gli sia riconosciuto che è bravo: un tempo inesistente, adesso in crescita. È il peggiore.

I gruppi 2 e 3 sono senza problemi, sul primo gruppo si può lavorare, il quarto… un dramma! Partendo dall’inizio, i bambini dovrebbero essere abituati alla lettura e ai tempi lenti. Esiste da 20 anni il progetto “Nati per leggere”, che viene pubblicizzato dai consultori e dai pediatri di famiglia. Alla lunga, la pratica della lettura precoce, già dai 6 mesi, stimola le capacità dei bimbi e rende migliore la performance scolastica.

Via dura, però. Molto più semplice l’uso distraente del telefonino, magari condito da un “guarda che bravo, a 3 ( o 4 o 5…) anni lo sa usare meglio di me”. Non è vero: ha solo imparato, senza capirne il significato, che una sequenza di tocchi fa iniziare il video. Telefonino uguale a riduzione del tempo di attenzione – volendo anglicizzare riduzione dell’ attention span – con conseguente aumento del tempo necessario per fare i compiti a casa e quindi meno tempo libero per giocare o fare sport.

Apprendimento e autonomia per i figli ma con le aspettative dei genitori

L’apprendimento caratterizza la prima parte della vita dell’uomo: scuola, rapporti sociali, eccetera, con i tempi e le capacità dell’età, senza una eccessiva responsabilizzazione. Dal mio osservatorio privilegiato, vedo genitori ondivaghi fra richieste eccessive e larghe indulgenze, fra la convinzione di avere un genio in famiglia e la certezza che la genialità non viene compresa dagli insegnanti. Genitori che, con la motivazione di voler fare in fretta, provvedono anche ad allacciare le scarpe, bloccando qualsiasi iniziativa autonoma dei figli. Tutto a un tratto, però, vorrebbero dei figli completamente autonomi. E si trovano degli imbranati.

A questo punto i nostri soggetti si trovano a doverimplementare l’area delle autonomie”: leggere dei libri (e non solo guardarli a lungo), mantenere un’attenzione che non è mai stata esercitata sulla lezione, e soddisfare le aspettative dei genitori. Tutto in pochissimo tempo. E veniamo adesso al caso disperato: quello che vuole il bel voto e se non lo raggiunge arriva ad ammalarsi (in questo gruppo i maschi sono rarissimi). Sono in aumento considerevole le conversioni somatiche, che in pediatria comprendono la triade: mal di pancia, mal di testa, mal di gambe.

Voti, apprendimento, aspettative e ricadute sulla salute

Alla base troviamo un individuo con un carattere compulsivo: io mi pongo degli obiettivi che devo centrare, altrimenti è una catastrofe. Spesso i genitori sono causa inconsapevole: hanno offerto, involontariamente, un modello difficile da imitare – mamme precise e perfette, sempre adeguate… – che può generare insicurezza nei figli (figlie più spesso, il maschio generalmente immune).

Quando chiediamo a questi ragazzi quale sia il voto migliore, rispondono invariabilmente: “10”. Ci vuole molto tempo per convincerli che si è promossi anche con il 6 (sembra che con i registri elettronici il mio amato 6- sia un voto rischioso) e che chi prende 6, non solo è promosso, ma ha più tempo libero. Un volta che lo capiscono, molto spesso scompare il mal di pancia e l’armonia torna in famiglia, almeno per un po’.

L’apprendimento serve a farsi una cultura e ad aprire la mente, il voto è solo un orpello fastidioso. Ed il 6 è sicuramente il migliore.

PS: Quando esponevo quest’ultimo pensiero alle insegnanti delle mie figlie, non mi sembravano molto convinte…

PPS: Neanche mia moglie!

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