Alle radici di Tiziano: in mostra un sguardo inedito sul paesaggio


È tra le montagne, che ne hanno temprato lo sguardo e il carattere, che Tiziano ha appreso la forza della luce e il dialogo con la natura. Ecco perché il maestro del colorismo veneziano nella Pala Gozzi si firma con orgoglio “Titianus cadorinus”. L’opera è esposta per la prima volta a Pieve di Cadore nella mostra dossier “Tiziano e il Paesaggio. Dal Cadore alla Laguna. La Pala Gozzi e La Sommersione del Faraone” inaugurata giovedì 22 nel Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore. La mostra, che fa del Vecellio il testimone culturale più autorevole del territorio durante i Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, ideata da Bernard Aikema e curata da Thomas Dalla Costa, è organizzata in occasione dei 450 anni dalla morte di Tiziano (1488/90-1576) dalla Magnifica Comunità di Cadore e dalla Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore, con la collaborazione del Comune di Pieve di Cadore e l’organizzazione generale di Villaggio Globale International. L’esposizione pone al centro in modo inedito due capisaldi della prima maturità di Tiziano, che pur nella loro diversità condividono la visione di un paesaggio marino con il profilo di una città, da una parte reale e dall’altra immaginaria. La mostra presenta quindi un focus sul paesaggio: «Un tema della produzione tizianesca che può risultare lapalissiano ma finora è stato poco al centro dell’interesse critico e chiede di essere studiato per stimolare e aprire nuovi orizzonti di riflessione e ricerca. È infatti molto importante per comprendere l’influenza esercitata da Tiziano sulla pittura europea dell’epoca e nei secoli successivi» ha sottolineato Aikema.
Riaperta dopo un lungo restauro la casa natale di Tiziano

È suggestivo pensare che in una piccola dimora il sommo maestro cadorino visse i primi momenti di vita e lì sviluppò il suo amore per la natura e la predilezione per la pittura. Ha riaperto a Pieve di Cadore la casa natale di Tiziano Vecellio, dopo un complesso intervento di restauro iniziato nell’autunno del 2024, realizzato dalla Magnifica Comunità di Cadore, di cui è presidente Renzo Bortolot, all’interno del progetto europeo Interreg I-A “Musei per tutti, tra tradizione e innovazione”. La piccola dimora, in cui Tiziano viveva con il padre Gregorio, la madre Lucia e i fratelli Francesco, Orsa, Caterina e Dorotea, è stata riaperta al pubblico da giovedì 22 in occasione dell’inaugurazione della mostra “Titianus Cadorinus. La Pala Gozzi e la Sommersione del Faraone” (leggi qui), ideata da Bernard Aikema e curata da Thomas Dalla Costa, allestita nel Palazzo della Magnifica Comunità di Cadore. L’abitazione, di proprietà della Magnifica dal 1926, restaurata in occasione dei 450 anni dalla morte del pittore, è stata aperta giusto in tempo prima dell’avvio delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, dando così l’occasione a chi transiterà verso la vallata ampezzana per gustare l’adrenalina dello sport di potersi fermare a fare anche una sosta culturale che porta indietro nel tempo.
Addio ad Augusto Gentili: una vita di studi dedicati a Tiziano

E’ scomparso a Roma all’età di 82 anni il prof. Augusto Gentili, storico dell’arte tra i massimi esperti di pittura veneziana del Quattrocento e del Cinquecento ed in particolare grande studioso di Tiziano. Aveva insegnato storia dell’Arte veneta all’Università La Sapienza di Roma dal 1983 al 1997 e poi all’Università Ca’ Foscaria Venezia dove aveva svolto la sua attività di docenza in storia dell’arte moderna dal 1997 al 2013, diventando maestro di intere generazioni di storici dell’arte. Insigne critico d’arte, fu anche socio dell’Ateneo Veneto e membro della Fondazione Centro Studi Tiziano e Cadore. Il suo lavoro andava oltre le aule universitarie, dove aveva formato centinaia di studenti e di studiosi. «Non è facile riassumere la vita di uno studioso – sottolinea il prof. Giovanni Maria Fara, collega e Direttore del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali. – Gentili nella sua attività di insegnamento e di ricerca si è interamente dedicato all’indagine storico-documentaria e iconologico-contestuale, concentrandosi soprattutto sulla pittura veneziana del Quattrocento e Cinquecento, con interessi anche verso problemi di teoria, metodologia e storia della storiografia artistica» ricorda Fara. Nella sua attività di critico ha sempre sottolineato come l’opera non sia da considerare come oggetto isolato, ma al centro di relazioni culturali e simboliche essenziali per l’approccio interpretativo.
Inaugurata la nuova pinacoteca della Scuola Grande di San Marco

Apre a Venezia una nuova pinacoteca, legata a doppio filo alla Scuola Grande di San Marco, all’interno dell’ospedale Santi Giovanni e Paolo, e alle vicende dell’isola di San Clemente: 24 le tele e 6 le sculture di rilevanza storica che il pubblico avrà la possibilità di ammirare. Oggi, venerdì 23 gennaio, l’inaugurazione del nuovo spazio espositivo, allestito nella Sala dei Novizi della Scuola Grande veneziana. «Quando ho assunto questo incarico – racconta il direttore generale dell’Ulss 3 Serenissima, Edgardo Contato – mi sono trovato davanti un contratto concluso nel ‘90, dove parte del patrimonio dell’azienda sanitaria, e cioè l’isola di San Clemente, veniva ceduta ad un privato, mentre i quadri e le opere che erano nella chiesa restavano in nostro possesso. Insieme a Mario Po’ (direttore della Fondazione Museo della Scuola Grande di San Marco, ndr) è stata ricostruita l’intera vicenda, oltretutto per la città, all’epoca, molto sofferta». Il riferimento è alla cessione dell’isola. «Andarono dispersi libri e probabilmente vi furono anche appropriazioni indebite di materiali – continua Contato –. Le opere che siamo andati a collocare nella nuova pinacoteca è quanto era rimasto a disposizione, catalogato e inventariato. E siccome l’azienda sanitaria, allora, non era in grado di conservare il tutto in maniera adeguata, ha scelto di affidarlo al Museo diocesano di Arte sacra di Sant’Apollonia», che lo ha conservato a lungo con grande premura e attenzione. La sinergia tra Soprintendenza, nella persona di Fabrizio Magani, Patriarca Francesco Moraglia e Ulss 3 ha portato alla realizzazione di un progetto che ha potuto contare sul fatto che nello statuto della Fondazione è presente anche una funzione museale.
Nel giorno della memoria uno spettacolo in ricordo di padre Kolbe

Kolbe offrì la sua vita con una morte cosciente. È questo il tema chiave che sta al centro dello spettacolo “Padre Kolbe chi era? Missionario della penna”, spettacolo teatrale del regista Gianni De Luigi che si terrà martedì 27, alle ore 17.30, all’Ateneo Veneto a Venezia, in occasione della Giornata della Memoria. Lo spettacolo, della durata di poco più di un’ora, vuole infatti ricordare padre Massimiliano Maria Kolbe (1894–1941), frate minore conventuale polacco morto nel campo di concentramento di Auschwitz il 14 agosto 1941, dopo aver offerto la propria vita in cambio di quella di un altro deportato, il civile Franciszek Gajowniczek. Un gesto che rimane uno dei più alti esempi di altruismo emersi dall’oscurità di tutte le persecuzioni e diviene monito contro ogni forma di odio. Il recital teatrale sarà anticipato dalle parole di De Luigi, di fra Francesco Daniel dei frati minori Cappuccini, del Convento del Ss. Redentore, e di Daniele Spero, docente del Patriarcato di Venezia. Poi l’attrice Chiarastella Serravalle narrerà la vita di Kolbe a cui darà invece voce l’attore Lele Piovene. Infine, De Luigi reciterà un monologo scritto in memoria di Kolbe, che per primo capì quanto importante era comunicare la fede attraverso i mezzi mediatici, come la scrittura e la radio, che prima non venivano presi in considerazione.
Dopo 50 anni tornano a suonare le campane di San Sebastiano

Cortometraggi a M9 di Mestre: protagonisti attori disabili

«Tutto è nato da un’iniziativa precedente con un progetto di pura espressività teatrale – racconta Marco Caputo, Presidente della Cooperativa La Rosa Blu – sempre con il coinvolgimento di Mirko Artuso, un affermato regista. Il teatro, che mette al centro le emozioni e il rapporto che si crea fra immaginazione e rappresentazione, è ideale per persone con disabilità. Forti dell’esperienza di questi laboratori interni, a cui hanno preso parte una quindicina di persone con deficit intellettivo o fisico, abbiamo accolto con grande entusiasmo l’idea di “portare fuori” dalle strutture questa pratica di recitazione, realizzando due cortometraggi che hanno coinvolto assieme ai nostri attori “speciali”, anche professionisti, tecnici e un’intera equipe per un totale di 70 persone al lavoro, tutto su base volontaristica con il patrocinio del Comune di Venezia, con le uniche spese, in merito a noleggio di attrezzature e affitto degli spazi dell’auditorium Cesare De Michelis del Museo M9 per la prima, sono state coperte da un contributo di Fondazione Venezia».
Sono nati così i due corti che hanno coinvolto le due realtà della Cooperativa La Rosa Blu, realtà associata a Legacoop Veneto, con ANFFAS Mestre impegnate in “Nei miei panni” e l’associazione AGENDO con “Il coccodrillo di pane”, entrambi hanno l’obiettivo di raccontare la vulnerabilità e la voglia di conquistare dignità e autonomia e sono stati presentati giovedì 22 gennaio 2026 alle ore 10.30. Le pellicole si avvalgono della regia di Mirko Artuso, che è riuscito a mettere insieme professionisti con ragazzi e ragazze con disabilità fisiche e disturbi del neurosviluppo. I cortometraggi sono stati resi disponibili online perché la volontà del progetto è quella di diffondere e rafforzare una cultura dell’accoglienza attraverso i messaggi e i valori di cui si fanno portatori, per favorire l’apertura alla diversità accorciando le barriere e abbattendo gli stereotipi verso quello che non si conosce e che dall’esterno spesso non si riconosce.
80 anni della Giovane Montagna: «L’associazione cresce»

Compie 80 anni la sezione veneziana dell’Associazione alpinistica Giovane Montagna, che da sempre promuove la conoscenza, la pratica, il rispetto e la salvaguardia della montagna. L’associazione rispetto alle altre realtà associative del territorio negli ultimi due anni sta andando in controtendenza, riscontrando un aumento degli iscritti, che sempre più si rendono conto di quanto l’andar per monti sia salutare per corpo e mente, un bel diversivo dalla routine di tutti i giorni. Attualmente la sezione conta 137 soci, di cui una ventina sono i nuovi iscritti, con un’età compresa tra i 23 e i 50 anni. Ad oggi il 30% dei soci ha intorno ai 40 anni. Un dato che abbassa l’età media della sezione, che tra l’altro vede una presenza femminile pari a circa la metà degli iscritti. «È bello sapere che l’associazione è mista, fin dalla nascita della sezione la presenza delle donne era molto limitata» commenta il presidente Tita Piasentini, da circa 50 anni in Giovane Montagna e che da alcuni decenni guida la sezione con passione ed entusiasmo. «Sono felice che la sezione si stia rinnovando. Negli anni precedenti, visto il notevole calo demografico e l’invecchiamento degli abitanti in città, non riuscivamo a svecchiarci e avevo paura che l’associazione in pochi anni sarebbe morta. – commenta Piasentini – Invece, grazie all’organizzazione dei corsi di introduzione all’alpinismo, utili per dare le nozioni base per frequentare con sicurezza la montagna, e di arrampicata, insieme anche a quello di sci alpinismo, tenuti dalla guida alpina Maurizio Venzo, abbiamo avuto un buon riscontro. – dice – Il corso di arrampicata in particolare ha coinvolto dieci persone molto attive, che continuano a trovarsi per arrampicare». Inoltre la sezione in generale ha visto crescere le attività escursionistiche e alpinistiche e anche la partecipazione degli iscritti alle gite è aumentata. «I soci si sentono famiglia e apprezzano i valori della Giovane Montagna, inoltre continuiamo a fare le uscite con il pullman che riteniamo sia la modalità più associativa. – e prosegue – Pur essendo in una città vecchia abbiamo capito che la Giovane Montagna ha ancora speranze per il futuro. Le premesse per affrontare le sfide di domani oggi ci sono tutte».
Finalmente la pillola per dimagrire senza fatica! Ma…

Negli ultimi decenni, a causa dei modificati stili di vita che ci hanno portato a una maggiore sedentarietà e a un’alimentazione spesso smodata e ben lontana da quella famosa “dieta mediterranea” patrimonio immateriale dell’umanità per cui siamo famosi nel mondo, stiamo assistendo a una vera e propria epidemia di obesità.
I pediatri ormai da tempo lanciano l’allarme: una grossa percentuale di bambini in età scolare presenta già un franco sovrappeso e molti sono addirittura obesi. Piccoli che crescendo diventeranno nella maggior parte dei casi degli adulti con seri problemi di peso con ricadute pesanti anche sui costi della sanità pubblica dato il preoccupante aumento del rischio di patologie cardiovascolari, come ipertensione, infarto, ictus…